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Modello 231: la domanda giusta non è se obbligatorio, ma chi lo rende necessario

Ogni volta che un imprenditore si informa sul modello 231, la prima cosa che sente dire è che si tratta di un adempimento facoltativo. Detto così, sembra quasi un invito a non occuparsene.

Ma chi lavora ogni giorno a fianco delle aziende sa che questa risposta, per quanto tecnicamente corretta, racconta solo metà della storia. La facoltatività prevista dal D.LGS 231/01 riguarda il rapporto tra impresa e legge, non il rapporto tra impresa e mercato.

E se guardiamo a chi davvero finisce per doversi dotare di un modello organizzativo 231, la mappa che emerge è molto più articolata di un semplice sì o no.

Società di capitali, cooperative, consorzi: chi rientra nel campo di applicazione del d.lgs 231/01

Dal punto di vista giuridico, il decreto si applica a un ventaglio piuttosto ampio di soggetti: società di capitali, società di persone, cooperative, consorzi e associazioni anche prive di personalità giuridica.

Non importa quindi la forma societaria scelta, né in molti casi la dimensione dell’impresa: se l’ente ha una propria struttura organizzativa e opera nell’interesse di soggetti che ne fanno parte, rientra potenzialmente nel campo di applicazione della norma.

È un errore diffuso pensare che il tema riguardi solo le grandi società quotate o i grandi gruppi industriali: anche una PMI con pochi dipendenti, se opera in settori esposti (penso agli appalti pubblici, all’edilizia, alla sanità privata, alla gestione di rifiuti) può trovarsi coinvolta tanto quanto una multinazionale.

Stato, enti pubblici e società partecipate: dove finiscono i confini dell’esclusione dalla 231

Sul fronte opposto, la normativa esclude espressamente alcuni soggetti dal proprio campo di applicazione: lo stato, gli enti pubblici territoriali (regioni, province, comuni), gli altri enti pubblici non economici, nonché, in generale, gli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale.

Si tratta di un’esclusione che ha una logica precisa, legata alla natura pubblicistica di questi soggetti, ma che spesso genera confusione quando si parla di enti a partecipazione pubblica o di società miste: una società per azioni partecipata da un comune, ad esempio, se opera con logiche imprenditoriali resta soggetta alla normativa, mentre l’ente pubblico che la controlla no.

Distinguere correttamente questi confini richiede un’analisi caso per caso, non una regola generica applicabile a tutti allo stesso modo.

Appalti pubblici, grandi fornitori, banche: le tre leve che trasformano il modello 231 da facoltativo a obbligatorio

È qui che la vera domanda prende forma: se la legge non impone l’adozione, cosa spinge davvero un’azienda a dotarsi di un modello 231? Nella pratica sono tre le situazioni che più spesso trasformano una scelta facoltativa in una scelta obbligata.

La prima riguarda i rapporti con la pubblica amministrazione: partecipare a gare d’appalto, ottenere concessioni o accedere a determinati bandi richiede sempre più spesso requisiti di compliance aziendale verificabili.

La seconda riguarda i rapporti con i grandi gruppi, che nella scelta dei propri fornitori pretendono standard organizzativi elevati, arrivando in alcuni casi a richiedere esplicitamente l’esistenza di un modello organizzativo come condizione contrattuale.

La terza riguarda il rapporto con il sistema bancario e finanziario, sempre più orientato a valutare la solidità della governance aziendale prima di concedere credito o linee di finanziamento.

Organismo di vigilanza 231: perché un modello senza controllo reale è solo carta

Chi decide di adottare un modello 231, per obbligo di fatto o per scelta strategica, deve considerare fin da subito un elemento che spesso viene sottovalutato: senza un organismo di vigilanza 231 realmente funzionante, la scelta di dotarsi del modello perde gran parte del suo valore.

Non basta avere un documento ben scritto se poi nessuno verifica che venga rispettato, che i protocolli vengano aggiornati, che le segnalazioni di whistleblowing vengano gestite correttamente.

Le aziende che si chiedono se adottare o meno il modello dovrebbero quindi porsi contestualmente una seconda domanda, altrettanto rilevante: chi, all’interno o all’esterno dell’organizzazione, avrà le competenze e l’indipendenza necessarie per vigilare davvero sul suo funzionamento nel tempo.

Anticipare gare, clienti e banche: perché conviene adottare il modello 231 prima che lo imponga il mercato

Aspettare di essere esclusi da una gara, o di vedersi rifiutare un rapporto commerciale da un cliente importante perché privi di un sistema di compliance adeguato, è il modo peggiore per confrontarsi con il tema del modello 231.

Le aziende che invece scelgono di anticipare questa esigenza, costruendo un MOG, un codice etico e un sistema di risk assessment 231 su misura prima che diventino condizioni imposte dall’esterno, si trovano in una posizione di vantaggio quando quelle condizioni arrivano.

Michelle Consulting aiuta le imprese a capire in modo concreto se e come la normativa 231 le riguarda, con un approccio boutique costruito sul settore, sulla dimensione e sulle esigenze specifiche di ciascuna azienda, dalla consulenza strategica iniziale fino alla costituzione dell’organismo di vigilanza.

Se non sei ancora sicuro se la tua azienda rientri tra quelle che dovrebbero dotarsi di un modello 231, richiedi una consulenza personalizzata a Michelle Consulting per fare chiarezza prima che la decisione ti venga imposta da altri.